![]()
|
|
Nato nel lontano Gennaio del 1940 a Pegli, paesino residenziale nel vicino ponente di Genova, sono cresciuto agli inizi della II guerra mondiale nutrito in modo un po’ particolare a causa dell’impossibilità a trovare cibi freschi per un lattante, perciò fino a due anni e mezzo la mamma si è gentilmente prestata a fornirmi il suo latte (sembra che già allora avevo la tendenza ad azzannare); questa dieta particolare mi ha cresciuto bello (medaglia d’oro del PNF per il miglior porcello, pardon, bambino dell’anno) robustoso et forte, come avrebbe detto San Francesco, ma causando disturbi irreversibili alla mamma.
Ricordo ancora alcuni flash-back della guerra: papa’ mi trasportava infilato in un sacco che si metteva in spalla ed io avevo la testa fuori e mi guardavo intorno, mi torna spesso agli occhi la fuga al rifugio in galleria nella notte, lo sfarfallio dei bengala lanciati da un bombardiere inglese che illuminavano con luce livida la gente che correva, il prof. X, amico di famiglia, tutto vestito di bianco che scivolava nel fango e cadeva sugli escrementi dentro il tunnel, il bombardamento di Voltri visto dalla cameretta dell’Ospedale Martinez dove era ricoverato papà col cranio quasi scoperchiato da un precedente bombardamento a Sestri, in Cantiere; ricordo il 26 Aprile 1945 in Villa Doria, l’elmetto tedesco insanguinato con un foro nella zona temporale, ricordo cosa successe il 25 Aprile davanti alla stazione ferroviaria di Pegli, dove ero nato e dove abitavo (qualche sportivo mi sparò addosso, dovevo essere tremendo e pericolosissimo, a cinque anni!), ma è meglio dimenticare. Ci sono anche dei ricordi piacevoli: a pesca di polpi con papà, il camminare scalzo per le strade, Canòn e il suo asinello, il facchino della stazione ferroviaria con la sua cavalla Gianca (Bianca) e il cagnolino colo caffèlatte che stava a guardia del carro (il facchino, finito il servizio, si rifugiava nell’osteria sotto casa mia a rinfrancarsi, fatto il pieno, chiamava la cavalla che attraversava tutta la piazza, si fermava per farlo salire e lo portava felicemente a casa senza ricevere ordini, o forse la via da seguire era suggerita dal servizievole cagnolino !)
Ricordo anche quando eravamo sfollati a Prasco, nella casa del capostazione che era anche uno zio di papà, ricordo la bisnonna Laudomia che si addormentò per sempre una notte mentre dormivo di fianco a lei, ricordo le leve degli scambi, il latte fresco, la verdura mai assaggiata, visto che dopo il latte materno avevo bevuto latte in polvere e castagne, riso, tutto lì.
Ricordo che da bambino andavo da Bardola sul lungomare ad ordinare 10 lire di freguggie (gli avanzi e gli sfridi di pasticceria), ricordo Luigino il pasticciere in via Sabotino che guardavo ammirato mentre preparava le paste (nonostante l’aspetto burbero aveva un cuore d’oro, ad un certo punto mentre riempiva i bignè di crema pasticciera mi faceva aprire la bocca e mi sparava direttamente dentro, dalla siringa, una dose di crema, guadagnandosi tutta la mia riconoscenza ed il mio affetto).
Ricordo l’Amelia, che lavorava prima nel negozio d’alimentari e poi al bar di Luigino, un’altra zia per me.
Papà aveva un fratello, lo zio Enzo, che venne prima catturato e tenuto prigioniero dal CNL all’hotel Mediterranèe (mamma mi portava sotto la sua finestrella per farmi vedere da lui) che poi fu ucciso. Ricordo ancora, anche se non capii subito, quando papà venne a dare la notizia alla mamma dell’uccisione del fratello. Lo zio Enzo era un gran bell’uomo, giornalista, lavorava all’Azienda Autonoma e mi faceva spesso da balio asciutto. Vent’anni dopo, qualche mamma d’amiche o amici miei, mi raccontava con nostalgia sospirando quanto era bello mio zio!
La mamma aveva ed ha tuttora tre fratelli e due sorelle, tutti più giovani di lei, gli zii più vecchi erano ritornati dalla guerra nel 1943, un alpino nella Julia e l’altro marò nel San Marco, si erano persino incontrati in Africa, poi, presi prigionieri dai tedeschi, furono inviati in Germania in un campo di concentramento da cui fuggirono, l’altro fratello invece, carrista dell’Ariete, prigioniero ad El Alamein fu spedito in America da dove tornò nel 1946 (lo aspettavo da giorni sotto casa e lo riconobbi subito, anche se non l’avevo mai visto!)
Le sorelle della mamma abitavano sul lungomare ed erano le mie predilette: mamma mi scaricava a loro dicendo di darmi un po’ di “intrattieni” e loro si ingegnavano ad intrattenermi preparando bianco d’uovo montato a neve con lo zucchero, oppure pane bagnato con lo zucchero o simili leccornie. Dalle loro finestre vidi arrivare l’esercito americano ed anche il primo negro della mia vita, stravaccato su una jeep con la gamba di fuori ed il piede posato sul parafango (quindici anni più tardi, a militare, avevo anch’io quella abitudine, forse un modo inconscio di scimmiottare il nero).
Ricordo anche che durante la guerra eravamo andati ad abitare in una casa nei Villini Nuovi assieme alla famiglia del miglior amico di papà, che io chiamavo zio, zio Corrado; quest’appartamento era più vicino alla galleria rifugio perciò era più sicuro. Papà e zio Corrado andavano a far legna sui monti per riscaldare e cucinare (era proibito) e raccoglievano anche gli aghi di pino, che mettevano in un sacco, per accendere la stufa, mio compito era di trascinare il sacco degli aghi dentro il bosco. A volte c’erano pattuglie tedesche nel bosco alla ricerca di partigiani e allora bisognava tacere e nascondersi. Come tutti i maschi, papà il sabato doveva andare a marciare e mi ricordo le parolacce che diceva quando tornava a casa dal momento che aveva gli stivali stretti!
Avrei molti ricordi ancora sul periodo della guerra e quello successivo sino al 1948, ero piccolo ma avevo gli occhi per guardare e le orecchie per sentire; ben tre volte sono stato nei mirini dei fucili! Ma per non alimentare polemiche e per rispetto alla memoria di mio padre che, pur conoscendo i nomi degli assassini di suo fratello non volle mai rivelarmeli, chiudero’ qui l’argomento.
Papà lavorava al Cantiere Navale di Sestri e sin da bambino mi portava in ufficio e mi faceva respirare l’aria marinara; più grande, ebbi spesso il piacere di trovarmi sulla nave al momento del varo tradizionale, sullo scalo, nonché alle prove ufficiali. Per un periodo di tempo la Direzione del Cantiere si spostò a Sampierdarena dove allestivano le navi nuove (si chiamava Allestimento) e ricordo una barchetta con della paglia dentro che era ormeggiata lungo la banchina, strani ricordi senza collegamenti logici!
Ho pochi ricordi del periodo 1950/1954, le scuole medie non hanno lasciato su di me ricordi indelebili, mi sovvengono partite di calcio, la rottura di un braccio durante una gita sui monti, il prof. Mamberto di Savona che soleva ripetere: - Predica Mamberto, che predichi al deserto! - Però alcuni compagni restarono amici per tutta l’adolescenza ed anche ora, anche se non ci frequentiamo più.
Anzi, ho rivisto addirittura il compagno di banco alle elementari, Mauro, che ho ritrovato dopo mezzo secolo e più, che abitava in Palazzo Marconi, dietro casa delle zie e passavo i pomeriggi in casa sua a giocare al meccano. Delle elementari ricordo un episodio spiacevole: primo della fila all’uscita, caddi e mezza classe mi transitò sulla schiena prima che papà riuscisse a ricuperarmi. Risale all’epoca la seconda battuta di mio padre (la prima la ricevetti quando, non ancora in età scolare, la mamma mi disse di andare a svegliare papà dal pisolino perché era tardi e aggiunse scherzosamente che se non si svegliava gli sarebbe arrivata una bastonata! Era inverno, in casa non c’era riscaldamento centrale e papà aveva le orecchie gelate, interpretando a modo mio la battuta della mamma, presi la scopa e diedi una scopata sull’orecchio gelato del genitore appisolato! Fu la forza dell’amore di una madre a salvarmi dalle ire di un padre infuriato!). La seconda battuta venne poco tempo dopo: mi piaceva un giocattolo, una barca a vela che costava 100 lire ed era esposto nella vetrina del negozio di giocattoli della signorina Menchi (luogo di sogni, sul lungomare, di fronte ai Bagni Italia, dove abitavano le zie di papà, Evelina e Cesira) la mamma non me la volle comprare e allora prelevai il contante dal suo portafoglio e andai al negozio a prendermela. Papà me la fece restituire e mi diede una battuta tale che ancora oggi il solo pensiero di rubare qualcosa da un portafoglio mi fa tremare.
A proposito di giocattoli, quando frequentavo l’asilo dalla suore mi venne regalata dallo zio Enzo una pistola giocattolo; tutto fiero la portai all’asilo ma una suora me la sequestrò: da quel momento le mie simpatie non sono state più rivolte verso le suore!
Risale alla fine delle Medie l’amicizia con Franco, che perdura tutt’ora con grande affetto, abitava a Genova in via di Francia ma d’estate si trasferiva a Pegli, nuotavamo insieme, eravamo nella stessa compagnia e successivamente avemmo le prime avventure femminili praticamente insieme (per qualche tempo si filacchiava con due sorelle pavesi, molto benestanti, uno spasso: ci raccontavamo a vicenda che avremmo potuto sposarle e vivere delle rendite agrarie che loro gentilmente ci avrebbero fatto sfruttare, da parte nostra avremmo acquistato una zappetta d’oro per curare i nostri vasi di gerani dimostrando le nostre attitudini di futuri proprietari terrieri).
Con Franco abbiamo pescato insieme per quasi 50 anni e pensiamo di continuare a farlo, anche se abbiamo rallentato un po’ a causa degli impegni di lavoro. Lo strano è che abbiamo sempre preso lo stesso numero di pesci, sia in mare che in fiume, più amicizia di così! Una sola volta vinsi io con quella che lui definì una scorrettezza: stavamo tornando a terra con lo stesso numero di prede, lui remava, quando vidi uno stronzo galleggiare (succede), presi il salaio (retino) e raccolsi il tutto, sotto c’era un nocciolino intento al suo pasto, Franco questa non me la perdonò mai!
Nello studio non brillai mai, anzi, ero quello che si poteva normalmente definire un asino. Non è che non ci arrivassi, credo di essere sufficientemente intelligente, ma mi mancava la voglia per applicarmi e forse il metodo. Frequentai prima il Liceo Scientifico al Calasanzio, dagli Scolopi a Cornigliano come semi-convittore e poi al Cassini a Genova, ma poi arrivato alla IV decisi che non era per me perché non avevo voglia di andare all’Università, perciò chiesi a mio padre di passare al Nautico che più mi sì mi confacevo per spirito errabondo. Furono giorni di fuoco: ma alla fine la ebbi vinta e frequentai prima una scuola privata: il Palazzi a Sestri e poi l’Istituto San Giorgio a Genova.
Non sono molto fiero del mio curriculum scolastico, ma lo capii troppo tardi, quando rimediare sarebbe stato difficile, però tentai…..
Ho molti ricordi del periodo scolastico, alcuni belli ma la maggior parte brutti, però devo dire una cosa, frequentando così tante scuole sono amico di mezza Genova!
Ho incontrato un compagno del Nautico a Dalien, in Cina, lui era lì con la sua nave, io per lavoro, ci scontrammo girando l’angolo dell’albergo, il mondo è veramente piccolo!
Gia’ da ragazzo sentivo nel sangue l’impulso di viaggiare, andare in giro a vedere cose nuove: a 14 anni andai solo in treno per la prima volta a Milano, a trovare gli zii di mamma, zio Alfredo e zia Maria. Quel viaggio mi resto’ impresso per diversi motivi: lo zio mi porto’ a vedere il Duomo, l’Ultima Cena, San Siro, il lazzaretto e, orrore, la chiesa di San Bernardino dell’Ossa, tutta tappezzata da teschi e ossa raccolti sui campi di battaglia all’epoca del Carroccio. Successivamente, a 17 anni, il primo viaggio all’estero: con la parrocchia andai in Costa Azzurra!
Venne poi la parentesi del servizio militare: avendo fatto il nautico venne logico per le FF.AA. mandarmi a Cosenza come artigliere da montagna! Per fortuna colà trovai un amico di Pegli, caporale istruttore, che da vero amico mi imboscò subito all’Ufficio Postale del battaglione. La sua amicizia era tale che per le prime due settimane mi faceva persino la branda, che poi lui ispezionava!
Finito l’addestramento nei “Lupi della Sila” venni inviato a Napoli, alla Brigata “Avellino” dove mi imboscai all’Ufficio Rifornimenti. Fu un periodo gaudioso: avevo innanzi tutto parenti della mamma che mi ospitavano tutte le domeniche (non potrò mai ringraziare abbastanza il fidanzato di una cugina di mamma, industriale con Ferrari, che tutte le domeniche perdeva con me a poker alcune centinaia di lire che mi permettevano di fare il signore durante la settimana e poi mi riportava in caserma sul Ferrari, con invidia generale !) Qui invece mi ruppi una caviglia cadendo in un cratere del Vesuvio durante un’esercitazione notturna.
In quel periodo vissi una coinvolgente storia d’amore con una ragazza americana, indiana Seminole, bellissima, figlia di un Capitano di Vascello della base NATO di Bagnoli, dove pure c’era la mia caserma. Addirittura non venivo più in licenza a casa, tanto che papà scrisse al colonnello il quale mi fece un cazziatone e mi obbligò a consegnargli ogni settimana una lettera da spedire ai miei.
La ragazza si chiamava Melody, ma il suo nome indiano era Machichilimac che vuol dire “terra dai mille laghi d’argento”.
Tre mesi prima del mio congedo il padre di Melody venne rimpatriato con la famiglia: ne fui sconvolto, la suo famiglia mi aveva accettato, il padre mi aveva addirittura fatto avere una tessera d’accesso alla base NATO per visitare la figlia! Mi invitarono a raggiungerli in America, ci scrivemmo lettere di fuoco, ma con i mesi il fuoco si spense e ci perdemmo………Ma la ricordo ancora bene, purtroppo la foto che avevo è andata persa (sospetto che la mia mamma la strappò quando mi sposai anni dopo); devo a lei la mia conoscenza della lingua inglese e il tanto affetto ricevuto che mi permise di prendere il servizio militare nel giusto spirito.
Tornato da militare, ai primi del 1964, papà mi trovò un posto come disegnatore in una ditta che costruiva impianti di condizionamento navali, lavorai lì per alcuni anni facendomi una certa esperienza del lavoro pratico di cantiere, disegnavo prima poi seguivo la produzione delle condotte di ventilazione in officina ed il montaggio a bordo, ero nel mio. Terminata la “Michelangelo” venne un calo dell’occupazione; fortunatamente fui assunto da una ditta americana che costruiva in Cantiere le prime navi del mondo per trasportare il metano liquido, era una tecnologia nuova, interessantissima e venni assunto nel Controllo di Qualità; dopo un bel training fui inviato a controllare la salderia e successivamente a bordo. Gli americani pagavano bene e feci rapidamente carriera, purtroppo il contratto era a termine: mi offrirono di andare a costruire pipe-lines in Arabia, ma declinai l’invito anche perché avevo preso la decisione di sposarmi.
Andai quindi a lavorare in un’azienda genovesissima che costruiva gru semoventi, qui incontrai una persona, un collega d’ufficio, con cui diventai amico e lo sono tutt’ora, Gianni si è sposato prima di me ma i nostri ragazzi sono nati quasi contemporaneamente: il mio favoloso Lorenzo è nato il 4 Settembre e la cara Silvia, il 25 Settembre dello stesso anno. Un giorno Silvia, alcuni anni fa, mi disse che mi considerava il secondo papà, mi vennero le lacrime agli occhi ma non lo diedi a vedere, grazie Silvia, ti voglio bene anche io come se fossi mia figlia. Gianni e Franco sono i miei più cari amici che considero come fratelli e devo a loro e ad Alberta e Modestina l’aver passato il momento della separazione senza troppi traumi.
Di fronte ad un’offerta di stipendio raddoppiato passai ad un’altra azienda, commerciale questa volta, che lavorava con l’Africa, ci restai tre anni e fu una grande scuola di vita e di lavoro, imparai ad acquistare, a rivendere e a trattare con i clienti importanti ed iniziai ad approfondire la mia conoscenza dell’Africa.
Venne poi un periodo piuttosto buio di un anno circa: feci persino l’insegnante di tecnologia in un Istituto Tecnico Professionale con alcuni allievi che militavano, seppi dopo, nelle Brigate Rosse!
Infine approdai dove mi trovo ora, in un’azienda leader mondiale di macchine per la lavorazione del vetro, come responsabile delle aree in via di sviluppo quali: Europa balcanica, Africa, Medio ed Estremo Oriente ed Australia e Oceania.
Questo lavoro mi ha permesso di girare il mondo secondo i miei progetti originali: non ho potuto navigare a causa di una miopia traumatica, causata da un tuffo, che non mi permise a suo tempo di ottenere il Libretto di Navigazione.
Devo ancora lavorare un paio d’anni prima di arrivare alla sospirata pensione, ma non ho voglia di fermarmi, il mio spirito inquieto mi spinge sempre a fare qualcosa di nuovo, a cercare nuove aperture: con alcuni amici, ispirandoci ad un libro bianco scritto da papà, Premio “Città di Genova” del 1996, abbiamo fondato una Associazione denominata: “Pegli cittadella Storica” che si propone la difesa della identità culturale del nostro paese e dei suoi abitanti.
Nel contempo ho cercato anche di fare qualcosa in più: ho scritto un libro, ancora da pubblicare e ne ho anche iniziato un altro, collaboro con riviste internazionali tecniche di settore, ricordo con orgoglio che miei articoli sono stati pubblicati in Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Grecia, Russia, Stati Uniti, India, Giappone, Corea del Sud e Cina. Per un certo periodo di tempo ho anche collaborato con giornale locale scrivendo articoli di costume. Ho iniziato a scrivere poesie e racconti, mi sono cimentato anche a scrivere preghiere e favole; qualcosa di mio e’ gia’ stato pubblicato sul web e ho avuto anche l’onore di essere chiamato a presiedere una Giuria ad un concorso d’arte al Lido di Venezia.
Ho anche fondato una Comunità su Internet: “Brigadoon”, che raccoglie ormai ben 74 associati, qui si tratta di poesia, di prosa, di problemi della vita, insomma di tutto quello che può interessare una comunità di persone.
Credo nel buon senso, nell’onore, nella famiglia, nell’amicizia e perché no…….anche nell’amore. Voglio bene a tutti, ma non tutti vogliono bene a me. Sarà forse a causa della mia continua ricerca di qualcosa di non ben definito, forse della felicità, di cui non sono ancora riuscito a trovare la giusta definizione.
A Savona, nella torre intitolata a Leon Pancaldo, c’è una scritta che è italiano e latino contemporaneamente, è una invocazione marinara, che voglio inserire come chiusura di questi brevi, umili cenni autobiografici:
In mare irato, in tumida procella,
invoco Te, Nostra Benigna Stella!
Oggi, 20 Settembre 2004, riprendo il mio racconto interrotto a fine 2000. Molta acqua e’ passata da allora sotto i ponti e molte cose sono cambiate nella mia vita......
Nel Giugno del 2000, dopo ben 28 anni di matrimonio, di comune accordo mia moglie ed io ci siamo separati. Era impensabile restare ad abitare in quello splendido attico da solo, per cui mi trasferii nella mia vecchia camera da ragazzo in casa dei genitori. Mamma iniziava gia’ a dare segni di malattia e papa’, a 91 anni, era ormai quasi cieco. Purtroppo la mamma veniva a mancare nella primavera del 2001. Nell’estate, pensando di sollevarne un po’ il morale, ho portato papa’ a Carloforte dove piu’ tardi mio figlio Lorenzo ci ha raggiunto. Era tanto che non visitavo l’isola e me ne sono innamorato di nuovo.
Nell’Ottobre del 2001 sono rimasto a casa dall’ufficio in attesa dello scadere della data per la pensione. Non erano passati due giorni dal mio fermo che gia’ venivo convocato da alcuni industriali del settore allo scopo di sviluppare una mia idea che avevo espresso qualche mese prima, purtroppo dopo sei mesi di collaborazione e un paio di viaggi in Estremo Oriente l’accordo e’ venuto a mancare.
Immediatamente dopo ho lavorato come consulente con la piu’ grande azienda cinese di macchine del vetro: la collaborazione e’ durata circa due anni con frequentissimi viaggi in Cina, India, Sri Lanka e in Europa.
Esaurito il mio compito in questa azienda, ho iniziato a collaborare con un’azienda italiana: tutto a causa del mio bisogno di trasmettere la mia esperienza a qualcuno e non sprecarla, visto che ho penato tutta la vita per acquisirla.
Quindi ora continuo a fare il pensionato attivo, ma inizio a sognare un definitivo ritiro dal lavoro, per dedicarmi allo scrivere ed alla pesca; magari andando ad abitare parte dell’anno all’isola di San Pietro, per il piacere di vedere la sala del museo intestata a mio padre.
Nel frattempo, la mia com. Brigadoon ha raggiunto ben 233 iscritti e persone validissime ne fanno parte.
Mi accorgo ora che non ho mai citato la mia passione per lo sport: essendo rotondetto di conformazione, a parte il periodo pre-militare e militare, non ho mai primeggiato, pero’ qualche soddisfazione me la sono levata. Ho giocato un po’ a calcio, a rugby, ho nuotato a stile libero e giocato a pallanuoto, ho sciato e mi sono arrampicato, ho regattato a vela e giocato a tennis da tavolo e a tennis (in questo sport ho persino vinto il primo premio di doppio in un torneo sociale!). Ho anche fatto tiro a segno con carabina e pistola, tiro con l’arco e con la balestra. Come ho gia’ detto amo la pesca e l’ho esercitata sia in mare che in terra, in tutto il mondo. Ho persino tirato su un marlin di media dimensione nel Mar di Tasmania!
Non ho menzionato che ad un certo punto mi sono trasferito ad abitare a Cogoleto e poi a Varazze, sui Piani d’Invrea, dove ho anche preso la residenza. Con questo non ho voluto misconoscere la mia Pegli, ma ho voluto allontanarmi per il troppo attaccamento e per i ricordi del passato che mi tormentano l’anima.
Vivo solo, sembra che io abbia un carattere ostico per qualsiasi partner, ma forse e’ destino, scritto nelle stelle........
Ieri, Domenica 7 Novembre 2004, e’ stato per me un giorno straordinario: in un locale della Foce, a Genova, nel corso di uno spettacolo di beneficenza a beneficio di un canile, e’ stata presentato un mio breve atto unico.
Devo questa meravigliosa esperienza a Modestina, la moglie del caro amico Franco, che gestisce una scuola di recitazione molto quotata “La Quinta Praticabile” , che ha curato sia la riduzione a piece teatrale sia la regia; Franco, che ha fornito il sottofondo di musica sacra del ‘500 e ‘600 e infine a Sergio, loro diletto figlio minore, che assieme ad un amico ha interpretato con sentimento il mio modesto racconto.
Non trovo le parole per descrivere l’emozione che ho provato ad essere nel contempo autore e spettatore, avevo gia’ sperimentato gli applausi durante le mie concioni nei seminari di lavoro, ma questa e’ stata una cosa diversa. Una esperienza che mi ha commosso e forse forgiato o anche mi ha indicato una strada da seguire.
Un fatto e’ certo, non dimentichero’ mai questa serata.